GAY, LESBICHE, BISEX E TRANS…UNA CASA PER RIPARTIRE

di Tina Cioffo

Foto, auguri e strette di mani per il risultato raggiunto. Quando il sindaco del comune di Castelvolturno ha firmato per dare in gestione una villetta dell’ex Parco Allocca via delle Dune , poi ribattezzato Parco Faber, così come gli amici chiamavano Fabrizio De Andrè, all’associazione Rain Arcigay Caserta onlus, guidata da Bernardo Diana, l’evento è stato vissuto e commentato come una conquista. E di conquista si tratta visto che stiamo parlando di un bene confiscato alla camorra dato ad un movimento gay che quelle mura intende farle rivivere. Il progetto è ambizioso ma Diana, originario di Casal di Principe, ha già dimostrato di essere all’altezza delle sfide. La villetta di tre piani per un complessivo di 300metri quadrati con un piccolo cortile e affaccio sul lago diventerà una casa per lgbt che a causa del proprio orientamento sessuale e identità di genere hanno avuto problemi in famiglia. Non sarà un classico Refuge lgbt e cioè una casa di accoglienza temporanea per persone gay, lesbiche, bisex e trans vittime di maltrattamenti ma un social housing. Inizialmente saranno previsti quattro posti letto che saranno messi a disposizione a chi ne chiederà disponibilità per poi ripartire con il proprio viaggio di vita.

«I casi di abbandono della casa familiare in seguito al coming out o di outing sono più frequenti di quanto non sembri, così come la dispersione scolastica o l’impossibilità di trovare lavoro, specie nel territorio casertano e ancor più nell’agro aversano e giuglianese. Non verranno chiesti soldi ma ognuno pagherà secondo le proprie possibilità e tutti dovranno contribuire alla gestione della casa e alle attività che saranno messi n piedi anche per recuperare il degrado del Parco», spiega Diana e le sue parole suonano come un chiaro appello alla contribuzione. «Una prima campagna di crowdfunding è già partita ma abbiamo raccolto ancora troppo poco. Abbiamo bisogno di aiuto per poter avviare il nostro progetto», sostiene il presidente.

Per chi volesse c’è già un conto corrente dedicato intestato a Rain Arcigay Caserta (IBAN IT75W0335901600100000149101- Casuale: Centro LGBT del mediterraneo). Il primo step mira ad avere 60mila euro.

Il parco che copre una superficie totale di 5.780 mq, con 2.570 metri quadri di aree verdi esterne e con un laghetto artificiali, manca ogni tipo di servizio. All’interno del parco ci sono 34 villette costituite da tre piani, con annessa area di corte e tettoia adibita a garage. Sono state confiscate ad un esponente della camorra napoletana. Al momento è abitato da 10 famiglie e l’idea è organizzare una biblioteca, una sala computer, un punto aggregativo. Otto anni fa, l’Università degli Studi di Napoli Federico II ha espresso la volontà di prendere in gestione circa 10 unità di questo comprensorio per poter sviluppare un polo di Scienze Sociali.

IL NEW LOOK DEGLI ZAGARIA..

di Tina Cioffo

Mentre a Pitesti si fanno i conti con un patrimonio immobiliare da Nababbo che, secondo i magistrati della Dda di Napoli, sarebbe una copertura per riciclare i soldi della camorra ed in particolare di Michele Zagaria, a San Marcellino, uno dei tanti paesi dell’agro aversano in provincia di Caserta, la famiglia Zagaria ha deciso di commerciare nel settore dell’abbigliamento. Un investimento che non si può dire una copertura anche perché sarebbe come chiamare San Paolo prima di vedere il serpente.  Ma quello che accade in questi territori è sicuramente singolare.  Carmine Zagaria e la moglie Tiziana Piccolo, hanno aperto un negozio di vestiti lungo il centralissimo Corso Italia, a qualche centinaia di metri da Trentola Ducenta e ad un paio di chilometri da Casapesenna, paese-fortino che ha nascosto il fratello Michele Zagaria per 16 lunghi anni di latitanza e dove la magistratura ha confiscato il complesso di ville a schiera di via don Salvatore Vitale. Michele Zagaria che fino al 7 dicembre 2011 è stato capo indiscusso del cartello casapesennese del clan dei Casalesi.

La scelta del locale non è stata fatta a caso, perché Carmine Zagaria a Casapesenna ha il divieto di dimora. Non può entrarci perché secondo i magistrati potrebbe avere nuovi rapporti con i suoi vecchi amici.  Un esiliato che però forse, non sente la mancanza della sua terra natale anche perché in fondo non è così lontana. Anzi, è così vicina da poterne sentire l’aria e nelle sere d’estate, ‘nell’ora muta delle fate’ canterebbe Fiorella Mannoia, può sentirne anche il vocio.

Carmine Zagaria è tornato in libertà a marzo del 2017 dopo aver scontato sei anni e mezzo di reclusione, a fronte di una condanna a otto anni per associazione mafiosa, grazie alla detrazione di pena per il buon comportamento. La moglie, Tiziana Piccolo, a dicembre è stata coinvolta nell’operazione ‘Nereide’ e accusata del reato di ricettazione aggravata. Secondo gli inquirenti «riceveva in tranches periodiche uno stipendio tratto dalle casse del sodalizio criminale facente capo a Zagaria Michele e in particolare, dai componenti dell’organizzazione di volta in volta incaricati di raccogliere nella predetta cassa i proventi, frutto dei delitti commessi dall’associazione». L’inchiesta è stata condotta dai sostituti procuratori Alessandro D’Alessio e Maurizio Giordano della Direzione distrettuale Antimafia di Napoli.

Il negozio, lo hanno aperto a novembre e la scelta della merce segue i ritmi della moda per teenagers e giovani donne attente al look urbano. Si distingue dal resto degli esercizi commerciali presenti nei dintorni e quasi ricorda i negozi che in genere, si vedono lungo i grandi viali delle città europee.  Una coppia con una storia che pesa ancora, ma sembrano felici. Basta passare fuori alla piccola boutique, per vederli insieme a sistemare i vestiti in vetrina. La moglie abbina e lui, da fuori, dà il consenso. Carmine Zagaria, nel negozio ci entra solo per qualche istante mentre Tiziana Piccolo fa vedere t-shirt e abiti alle clienti. Zagaria preferisce stare nel chiosco di ortofrutta accanto, a pochi centimetri dalla sua bicicletta con la quale in verità, si muove tranquillamente e pure velocemente. E’ un nuovo capitolo?

ERA MEGLIO SUICIDARSI COL CAVATURACCIOLI CHE…

di TINA CIOFFO

Per essere amministratori pubblici non basta più avere idee politiche e lo stimato spirito di impegno tramandato dai padri costituenti. E’ necessario avere anche una buona dose di coraggio. Il dato, fuori dalle logiche allarmistiche sulle quali qualcuno, in passato, ci ha sguazzato senza vergogna solo per rifarsi una verginità civica, emerge dall’ultimo rapporto di Avviso Pubblico ‘Amministratori sotto Tiro’.

Nel 2017 Avviso Pubblico ha censito 537 atti intimidatori, di minaccia e violenza nei confronti degli amministratori locali, una ogni 16 ore. Dal 2011, anno della prima edizione del Rapporto “Amministratori sotto tiro” in cui furono censiti 212 casi, gli atti intimidatori sono aumentati del 153%. Il fenomeno lo scorso anno ha coinvolto per la prima volta tutte le 20 regioni italiane, 78 Province e 314 Comuni – il 6% in più nel confronto con il 2016.  Il 69% degli atti intimidatori si concentra nel Sud e nelle Isole. Sul piano nazionale LA CAMPANIA è la Regione che sta messa peggio. Sono 86 gli atti di intimidazione e minaccia censiti con un aumento del 34% rispetto all’anno precedente. L’impennata è dovuta ai 34 casi nella provincia di Napoli con ben 18 Comuni coinvolti (come Pompei, Somma Vesuviana, Casoria) e ai 22 episodi nella provincia di Avellino.

Nella provincia di CASERTA, non va meglio.  Qui, spicca un aumento di atti intimidatori nel 2017 (12), in confronto agli ultimi anni di relativa calma. A Marcianise, le intimidazioni denunciate dal sindaco Antonello Velardi, hanno reso necessaria l’assegnazione di una scorta. Nel Rapporto nazionale di Avviso Pubblico è entrato anche il raid vandalico nelle scuole casalesi, dello scorso novembre. Quando, sette ragazzi si introdussero in tre diversi edifici danneggiando banchi, parete e una finestra. Le telecamere di sorveglianza li ripresero mentre rompevano quel che incontravano davanti. Non era notte fonda ma solo intorno alle 20 e trenta e poco prima al Teatro della Legalità di viale Europa, si era tenuta la prima giornata dell’ottava festa nazionale di Avviso Pubblico con la partecipazione del procuratore di Napoli, Giovanni Melillo. In sala c’erano il questore Antonio Borrelli, il prefetto Raffaele Ruberto ed il colonnello dei carabinieri Alberto Maestri. Un episodio che venne interpretato come una vera e propria sfida allo Stato che solo un’ora prima era schierato per condannare ogni forma di criminalità.

NAPOLI VECCHIA CONOSCENZA ED AVELLINO NEW ENTRY– Poca sorpresa desta la situazione del Napoletano, di solito già censita ai primi posti della triste graduatori, al secondo posto, dietro Reggio Calabria, per numero di Enti locali sciolti per infiltrazioni mafiose (56) dal 1991. “I principali cartelli camorristici coincidono ormai con sofisticate costellazioni d’impresa, con reti in cui si stabiliscono relazioni invisibili ma solidissime – ha spiegato il Procuratore di Napoli Giovanni Melillo in audizione alla Commissione parlamentare antimafia – Basta che un’impresa fiduciaria d’interessi mafiosi si collochi in una posizione dominante perché espanda le sue capacità di controllo su una più ampia filiera affaristica, commerciale e imprenditoriale. La dissoluzione dei corpi intermedi, a sua volta, finisce per assegnare alle organizzazioni camorristiche il riconoscimento tacito di una sorta di pretesa ad assumere direttamente le funzioni di rappresentanza politica e sociale”.  Quella che meraviglia è la tranquilla e dormiente AVELLINO che rappresenta una new entry a tutti gli effetti. Particolarmente tesa la situazione a Monteforte Irpino, che ha fatto registrare ben 9 atti intimidatori in due mesi rivolti al Sindaco Costantino Giordano, ad una consigliera e al Presidente del Consiglio comunale. Tensioni reiterate ad Avellino città, a Sirignano nel corso della campagna elettorale. SALERNO, pur facendo registrare un calo dal 2016 – da 21 a 15 casi censiti – si conferma tra le province maggiormente colpite e ribadisce una certa diffusione del fenomeno, con 12 Comuni coinvolti da atti intimidatori.

IL MESE PREFERITO PER MINACCIARE– Il mese di marzo è stato nel 2017 quello in cui si è riscontrato il maggior numero di intimidazioni: ben 57 casi. Contrariamente agli anni precedenti, quando è sempre stato maggio il mese in cui si è registrato un sensibile aumento delle minacce, soprattutto nei confronti di candidati alle Elezioni amministrative, nel 2017 l’estate più che stimolare la pausa al mare, ha aumentato la rabbia. Il periodo estivo è quello in cui la media delle minacce mensili si alza, infatti, in modo significativo. Circa il 40% delle intimidazioni, si è concentrato tra i mesi di giugno e settembre, con una media di 56 minacce nei mesi di luglio e agosto, contro una media annuale inferiore a 45 intimidazioni al mese.

STILE DI VITA? NO, CI MANCA LA PREVENZIONE

di TINA CIOFFO

In Campania, si muore di più. Lo abbiamo sempre sostenuto anche senza avere particolare accesso ai dati scientifici, perché ci è sempre bastata la semplice percezione. Giovani, bambini ed adulti che negli ultimi dieci anni sono caduti come birilli ad uno strike. Ci avevano detto che l’incidenza patologica era legata al nostro stile di vita, un’offesa all’ intelligenza di una popolazione che ha già pagato un prezzo troppo alto.

NO VITTIMISMO, SIETE UGUALI AL RESTO DI ITALIA.

Avevamo posto l’accento sulla necessità di una maggiore efficienza del nostro sistema sanitario, perché è scandaloso dover aspettare sei mesi per una semplice gastroscopia o non trovare una struttura pubblica disposta a farti una tac in tempi accettabili. E anche in questo caso, ci avevano accusato di voler fare le vittime. «Siete uguali al resto di Italia», ci hanno detto. Il monito che ci è arrivato dai governi centrali, di destra e di sinistra. E allora ci siamo organizzati con i centri sulla prevenzione, con i convegni e con gli appelli passaparola. Nell’ultimo screening oncologico del Centro di prevenzione oncologico di Casal di Principe, realizzato a dicembre all’interno di Casa don Diana, bene confiscato di via Urano 18, su 120 esami tiroidei eseguiti con elastosonografia, nel 59% dei casi sono stati trovati dei noduli e nel 21% degli esami fatti, sono stati rilevati rischi neoplastiche. L’unica fortuna, nel tentativo di essere positivi, è che il grado di malignità del carcinoma tiroideo non va di pari passo con la frequenza della patologia. 

OGGI, FINALMENTE QUALCUNO CI DÀ RAGIONE. Nientedimeno che il direttore scientifico dell’Osservatorio nazionale sulla salute delle regioni italiane, Alessandro Solipaca, in occasione della presentazione del Rapporto Osservasalute. E’ lui ad aver detto che al Sud, il tasso di mortalità per tumori e malattie croniche è maggiore di una percentuale che va dal 5 al 28% e la Campania è fanalino di coda. La discriminante fra le varie percentuali è la prevenzione. Dove funziona, possiamo tirare un sospiro di sollievo ma dove le cose non vanno bene, stiamo messi male. Il Rapporto conferma dunque il «profondo divario fra Nord e Meridione» e «paradigmatica è la sopravvivenza per tumori: nel Centro-Nord la sopravvivenza è largamente omogenea per tutte le sedi tumorali esaminate, indicando una sostanziale equivalenza non solo dei trattamenti». Il dato considerato, è quello della mortalità precoce, dai 30 ai 69 anni. In Campania si registra un +28% di mortalità rispetto alla media nazionale del 2,3%; in Sicilia la mortalità è del +10%, in Sardegna è del +7% ed in Calabria è del +4,7%.

DA PADOVA A CASAL DI PRINCIPE, I LIBRI PER LA ‘GRILLO PARLANTE’

di TINA CIOFFO

In genere si dice che con la lettura si fanno dei grandi viaggi, questa volta però il viaggio lo hanno fatto i libri. Da Padova ed in particolar modo da Solesino fino a Casal di Principe, sono arrivati 1300 volumi di vario genere serviti per inaugurare la biblioteca comunale del paese casertano, ‘Il Grillo parlante’. Un ponte di idee e conoscenze che è cominciato grazie a Maria Zagaria, una studentessa della scuola media casalese Dante Alighieri, che l’anno scorso ha scritto una lettera al sindaco casalese, Renato Natale chiedendogli «uno spazio dove incontrare gli altri ragazzi, dove leggere e confrontarsi». «Il sindaco Natale, un giorno è venuto in classe durante l’ora di Italiano e ci ha annunciato quello che sarebbe avvenuto. Non immaginavo che la mia richiesta si concretizzasse. Ho capito quanto lavoro ci sia alla base e ho imparato quanto sia importante credere nelle proprie idee», dice Maria, dritta sulla schiena ed un temperamento che ricorda una piccola Thatcher.
RETE DI BIBLIOTECHE
La biblioteca comunale casalese, rimarrà aperta tutti i giorni dalle ore 9 alle 13 e di pomeriggio il lunedì ed il giovedì, aspettando nuovi e vecchi lettori, e sarà messa in rete con la biblioteca tematica (sociale, legalità, antimafia ma anche giornalismo di inchiesta, ambiente e storie di vittime innocenti della criminalità), inaugurata il 19 marzo a Casa don Diana, in via Urano 18, nel bene confiscato gestito dal Comitato don Peppe Diana aperta dal lunedì al venerdì. «Una rete che ci consentirà di offrire ai nostri giovani più libri possibili, seguendo l’esempio degli amici di Padova», ha detto Natale riferendosi al Consorzio delle biblioteche ‘Bpa’ di 50 comuni padovani. «Quando abbiamo cominciato, 40 anni fa. Avevamo solo 600libri in un solo paese, siamo partiti con una collaborazione fra sei paesi e siamo arrivati ad un patrimonio di 1milione e 500mila testi», ha spiegato il presidente Giovanni Ponchio. «Per anni dal Nord abbiamo ricevuto solo rifiuti che industriali disonesti con la complicità di camorristi e politici collusi, hanno sotterrato nei nostri terreni. Ora invece importiamo libri ed esperienze. Un cambiamento impagabile», ha continuato il sindaco casalese. «Per voi forse siamo l’alto Nord ma Solesino è considerato il profondo sud del Veneto», ha scherzato il sindaco Roberto Beggiato, sotto gli occhi attenti del suo assessore alla cultura, Nicola Fusaro che per primo insieme al consigliere Ludovico Coronella dell’amministrazione casalese, ha avviato l’iter festeggiato con il rituale del taglio del nastro. Più insolito ma apprezzato, il momento dedicato alla lettura di alcune pagine del romanzo di Carlo Collodi, ‘Le avventure di Pinocchio’, cui il nome della biblioteca casalese si è ispirata. Il Grillo palante, non altri che la voce della coscienza, è infatti colui che raccomanda di studiare consigliandogli di fare le giuste scelte. «Una lettura che dovrebbero fare non solo i ragazzi ma anche molti adulti», ha commentato don Carlo Aversano, il parroco della chiesa SS Salvatore di Casal di Principe dando la sua benedizione all’intera iniziativa.
MARIA, LA RAGAZZA CHE SOGNA
L’anno prossimo Maria Zagaria che voleva la biblioteca a Casal di Principe, terminerà le scuole medie e frequenterà il liceo scientifico Segrè di San Cipriano D’Aversa. La prescrizione l’ha già fatta e a giudicare dal tono che usa, ha tutto chiaro. «Ho sempre amato la lettura e non ho mi capito perché non potessimo avere uno spazio dove poterci scambiare opinioni», dice la ragazza. Legge libri fantasy ma anche storici, senza mancare di quella vena romantica che scalda i cuori e alimenta i sogni. Su tutti preferisce però il verismo di Verga con Rosso Malpelo. «Il pregiudizio che ho trovato in questa novella credo che bene si addice anche al nostro paese. Abbiamo bisogno di bellezza e conoscenza e soprattutto di essere conosciuti per quello che siamo», ha commentato la ragazza dai modi straordinariamente composti. Con la lettura si è davvero, oltre.

RIFUGIATI POLITICI A CASAL DI PRINCIPE, NEL CENTRO FONDATO DA DON PEPPE DIANA

di Tina Cioffo

Keyriya Amir Mohammed è incinta di due gemelli, due maschi che nasceranno a giugno. La pancia non è molto pronunciata ma forse è solo ben protetta sotto gli abiti africani, colorati, ampi e ben in ordine. Si muove velocemente mentre prende dei fogli e lascia per qualche minuto il tavolo tondo attorno al quale, lei e il marito Ahmed Mohammed Shifa Beyan con l’aiuto di suor Silvana che fa da interprete, stanno raccontando la loro storia. Sono tutti dell’Eritrea anche suor Silvana. Ahmed, Keyriya e la loro figlia di 9 anni, Kadra, sono richiedenti asilo. Sono rifugiati politici arrivati in Italia il 27 febbraio attraverso il corridoio umanitario della Caritas italiana, Comunità di Sant’Egidio e l’Ong Gandhi di Alganesc Fessaha. «Un aiuto umanitario che non prevede solo il “viaggio sicuro”, ma anche un lungo lavoro preparatorio di individuazione delle persone da portare in Italia», spiega Roger Adjicoude a capo dell’area immigrazione Caritas della Diocesi di Aversa. Con le missioni programmate a giugno e in autunno del 2018 giungeranno altri 362 rifugiati, per un totale di 500. Tutto viene anticipato da diversi colloqui con ciascuno dei profughi, la collaborazione con l’Unhcr, con l’ente di protezione dei profughi etiope (Arra), con l’Ambasciata italiana di Addis Abeba per le procedure di identificazione e di visto. «Grazie alla Caritas nazionale, con i corridoi umanitari, scriviamo una nuova pagina di attenzione all’altro. Il nostro compito è promuovere ed educare al bene con buone prassi», commenta Don Carmine Schiavone in qualità di direttore Caritas Diocesana di Aversa. Nella diocesi aversana sono arrivati sette richiedenti asilo. Quattro sono ospitati nella cittadina normanna. La famiglia di Ahmed a Casal di Principe è arrivata da due settimane accolta dalla comunità parrocchiale di don Franco Picone, in quello che un tempo era il centro per immigrati che volle don Giuseppe Diana, il prete casalese ucciso dalla camorra il 19 marzo del 1994. Il benvenuto è sempre segnato da un sorriso, degli occhi prima che con la bocca. «Li stiamo aiutando anche -spiega don Picone- grazie alla collaborazione di alcuni parrocchiani che hanno dimostrato una lodevole capacità di essere solidali». 

ERITREI IN FUGA

Ahmed era militare, lo è stato per due anni prima di decidere come tanti altri di scappare. «Eravamo ridotti in schiavitù, allontanati dalle nostre famiglie e senza nessuna possibilità di contattarli. Ci davano solo il necessario per mantenerci in vita ma il mio pensiero era fermo a casa. Avevo lasciato mia moglie e mia figlia e non mi davo pace», racconta l’uomo. La prima tappa della sua lunga fuga è in Sudan, poi in Etiopia poi ancora in Egitto e di nuovo in Etiopia dove finalmente lo raggiunge sua moglie e la sua bambina. Ahmed nella lunga corsa alla vita ha però avuto un incidente, maltrattato e picchiato. È stato imprigionato e torturato per aver rifiutato di continuare con la leva obbligatoria, e senza data di congedo, nell’esercito eritreo. Porta ancora i segni sul corpo. In Etiopia, Ahmed, Keyriya e la piccola Kadra sono stati in un campo per rifugiati, erano in 6mila e le condizioni nelle quali hanno vissuto si possono solo immaginare.
KADRA, LA BIMBA DI 9 ANNI IN FUGA E ACCOLTA A SCUOLA
Kadra ne ha già passate tante, troppe per una bambina, ma forse ora è arrivato il momento della buona speranza. A Casal di Principe, è stata immediatamente accolta dalla comunità delle Suore  Figlie di Sant’Anna. L’istituto in via Matteotti, a pochi passi dal centro cittadino. Sebbene, la bambina, non parli ancora l’italiano le suore l’hanno iscritta alla classe seconda. La maestra Angela Morza, ogni giorno le insegna qualche lettera, una sillaba, i numeri e i saluti. Ogni giorno è per lei una conquista. Una scuola cattolica anche se lei, come tutta la sua famiglia, è di fede musulmana. «Qualche settimana fa la dirigente dell’istituto -spiega la maestra Angela Morza- mi avvisò che sarebbe arrivata una nuova bambina. Naturalmente, dopo avermi spiegato la dura realtà dalla quale proveniva, iniziai a parlarne in classe, dapprima come racconto e poi come testo narrativo sulla multiculturalità. L’intera classe l’ha accolta con gioia e curiosità e credo che questo stia aiutando tutti». I suoi compagni di classe, la stanno prendendo per mano, la maestra Angela ha compreso la necessità di renderla subito autonoma, almeno dal punto di vista comunicativo e le suore dell’Istituto Sant’Anna danno prova di un’accoglienza che non ha alcun tipo di steccato. «Kadra, inizialmente era impaurita, ma con gli occhi pieni di speranza e la voglia di imparare in fretta una lingua per lei ancora sconosciuta, in poche settimane ha fatto passi da gigante. Ogni mattina arriva a scuola sorridente e desiderosa di mostrare il lavoro svolto a casa ed io non posso fare altro che congratularmi con lei per i risultati che è riuscita a raggiungere in così poco tempo», assicura la docente che insieme agli altri bambini sta facendo di tutto per cancellare dal volto della bambina quel velo di tristezza che in alcuni momenti, ancora si riesce a cogliere con nitidezza. Un cammino tutto in salita per chi si è lasciata alle spalle tensioni e terrore e non sa ancora se può stare tranquilla.

UN ANNO DI TEMPO Keyriya e Ahmed hanno un quadernone sul quale si sono appuntati l’alfabeto, i suoni e alcune parole per una immediata comprensione. Keyriya apprende velocemente, ha l’occhio vispo e segue, come solo le donne sanno fare, ogni cosa mentre sembra distratta in altro. Mentre è in cucina per preparare caffè e thè, accompagnati da biscottini e qualche cereale che segna l’amabile ospitalità, Ahmed continua a sciorinare i suoi ricordi. «Il passato è ancora vivo, ma non è più quello che mi fa paura. Sono spaventato dal futuro. Ora siamo qui ed è stata una sorpresa trovare tanta accoglienza ma ho bisogno di dare alla mia famiglia una sicurezza, anche minima», confessa. Il suo primo pensiero va alla necessità di un impiego. «Il lavoro non si sceglie, quello che mi proporranno lo farò dedicandomi con serietà», dice Ahmed che in Eritrea viveva in campagna e quindi conosce i tempi della cultura contadina. Il progetto che li sostiene, a costo zero per lo Stato Italiano e tutto a carico della Caritas, dura un anno. L’autonomia in 12 mesi deve essere raggiunta anche se l’inserimento nel nostro Paese sarà monitorato per cinque anni.

DA CASAPESENNA ALLA ROMANIA, L’OPERAZIONE “TRANSILVANIA”

ALESSANDRA TOMMASINO

Salvatore Nobis, detto “Scintilla”, non era per niente contento del figlio Mario, sia  per il fallimento in varie attività imprenditoriali, sia per l’incapacità di sostenere la famiglia mentre lui era sottoposto a regime di 41 bis. “Mo’ faccio questo, faccio l’impresa, faccio questo, faccio quello, non ha fatto niente. Mo’ vado alla Romania, mo’ faccio il caseificio, il latte, la mozzarella”. Così, in un colloquio in carcere, Nobis si sfoga parlando del figlio, mentre la moglie, Assunta, si lamenta delle difficoltà economiche. Quando Mario Nobis si trasferisce in Romania, però, il tono delle conversazioni  diventa più sereno. Nobis padre invita il figlio a chiedere aiuto a Nicola Inquieto: “Ti tratti con quello? Devi dire “Mo’ aiutami!”. Mario Nobis descrive la vita agiata in Romania (“macchine, mangio fuori, ho chi stira”) e il padre, dal suo canto, risponde: “E qua non possiamo mangiare, per comprare un giocattolo da mandare a casa ha dovuto rinunciare alla spesa”.

Ma nei colloqui si parla anche di relazioni sentimentali e il padre chiede al figlio della fidanzata : “Questa cos’è? Rumena?”. Interviene il fratello Giulio: “E tu da questo cosa ti potevi aspettare?”.  Mario difende la donna: “E’ brava, è una ragazza a posto e poi è una famiglia perbene, non è famiglia che padre divorziato, madre divorziata, è famiglia come…perbene”.  Mario Nobis è soddisfatto del suo trasferimento in quel Paese in cui “non ci sta niente, si devono fare strade, ponti  e ci sono i fondi europei”.  Una prospettiva di guadagno che sarebbe riuscita con il supporto di Inquieto, garante con il tesoro del clan Zagaria e arrestato ieri nell’ambito dell’operazione Transilvania. Dal nome della terra di Dracula, il vampiro che succhia il sangue delle persone, proprio come hanno fatto per tanti anni Michele Zagaria, Nobis “Scintilla” e molti altri. Ma in fondo, l’importante è non avere genitori divorziati, no?

BUONARROTI, PRESTO IL RITORNO: INIZIA IL CONTO ALLA ROVESCIA

Caserta- Buonarroti: è maggio la deadline per restituire ad alunni e docenti il proprio Istituto in viale Michelangelo. Lo ha assicurato il presidente della Provincia, Giorgio Magliocca, costantemente in contatto con i tecnici per seguire i lavori passo dopo passo. “A fine aprile finiremo il collaudo- ha spiegato- e chiederemo alla Procura il dissequestro dell’Istituto, che certamente non tarderà ad arrivare, vista la delicatezza della situazione”.

Magliocca si riferisce ad un intero anno scolastico, (l’Istituto è stato posto sotto sequestro preventivo nel maggio del 2017) trascorso tra carte bollate, proteste, contatti non sempre sereni con il Movimento Buonarroti in Agitazione, che riunisce studenti, famiglie e docenti. Del resto, l’aver lasciato passare i mesi estivi senza individuare una soluzione adeguata, ma riunendo gli organi competenti in Prefettura soltanto dopo l’inizio della scuola, ha fatto sì che la montagna partorisse il topolino, ovvero la dislocazione degli alunni non su una, non su due ma su ben tre scuole e per di più anche di pomeriggio.  “Una situazione davvero difficile- dice Francesco B.- genitore di due alunni dell’indirizzo Turistico- che ci ha obbligato a cambiare le abitudini di tutta la famiglia, anche perché ho un figlio che frequenta il secondo anno e quindi le lezioni si svolgono di mattina presso il liceo artistico di San Nicola La Strada ed una figlia che devo accompagnare di pomeriggio a Caserta, presso l’ITS Giordani. Non abbiamo cambiato scuola soltanto per la qualità dell’offerta formativa, per il rapporto di fiducia con i docenti, che davvero hanno fatto i salti mortali e per la vicinanza della preside Vittoria De Lucia, che ci ha ascoltato ed è venuta incontro ad ogni esigenza”. Eppure, sono stati diversi i ragazzi che, seppure a malincuore, si sono traferiti presso altre scuole, soprattutto per continuare con maggiore tranquillità le attività sportive pomeridiane. Pare però che molti siano pronti a tornare al Buonarroti, adesso che il peggio sembra essere passato: i lavori hanno seguito il loro iter, in straordinaria ripresa dopo uno stop durato mesi dovuto sia alla necessità di adeguare il progetto, ma anche a cavilli burocratici e a rimpalli di responsabilità tra Provincia, Genio civile e le altre amministrazioni coinvolte. Comunque, a meno di imprevisti, i ragazzi potranno trascorrere gli ultimi giorni dell’anno scolastico tra i loro banchi e così anche la protesta social, un tempo molto forte, sembra aver lasciato spazio alla speranza, come dimostra uno degli ultimi post della pagina Buonarroti in Agitazione. Il prestigioso Istituto tecnico casertano non è un caso isolato, ma rappresenta la punta dell’iceberg di una criticità che riguarda tutte le scuole della provincia, visto che all’inizio dell’anno scolastico, quasi la totalità degli istituti superiori era privo di valide certificazioni, sia in materia di sicurezza e antincendio, sia per la vulnerabilità sismica. Non va meglio a livello regionale: sono circa otto su dieci le scuole campane che non hanno il certificato di agibilità statica o il collaudo. Come se ne esce allora? Benché sia difficile superare il gap di circa 20 punti percentuali che ci separa dal resto del Paese, lo scorso febbraio la Provincia di Caserta ha annunciato 15 progetti di messa in sicurezza ed adeguamento sismico, con fondi messi disposizione dal Miur.

Alessandra Cappabianca

ale.cappabianca@gmail.com

SCARCERAZIONE DEI FRATELLI PELLINI.  LA MOGLIE DEL VIGILE LIGUORI: “GRAVE SE LO STATO LASCIA PASSARE IL MESSAGGIO DELL’ IMPUNITA'”

ALESSANDRA TOMMASINO

Sono ritornati nella terra in cui hanno portato veleni ed inquinamento. I fratelli Cuono, Giovanni e Salvatore Pellini sono di nuovo a casa, a soli dieci mesi dalla condanna a sette anni di detenzione per il disastro ambientale provocato. Un rientro anticipato che il vescovo di Acerra, Antonio Di Donna, ha definito nell’ omelia di Pasqua “un’umiliazione per i cittadini”. Eppure c’è perfino chi i fratelli, che oggi si godono le loro lussuose abitazioni, li accoglie con un caffè offerto al bar. Le aree della resistenza, gli uomini e le donne della “Terra dei fuochi”, però non ci stanno e il prossimo 12 aprile, dopo il sit  in promosso dalla Rete di Cittadinanza e Comunità, manifesteranno in piazza Duomo. 

ACERRA. TERRA DI RESISTENZA

Non solo Montefibre e termovalorizzatore, affari e diossine, non solo terra dei Pellini, Acerra è terra di Michele Liguori, il tenente dei vigili urbani che da solo, per tanto tempo, ha indagato sui reati ambientali fino a quando,  a 59 anni, due tumori, non uno, lo hanno portato via.

Lo Stato ha rigettato l’istanza di riconoscimento di vittima del dovere, negando il nesso fra il suo lavoro e la causa del decesso, ma  la sua famiglia non si arrende e ha già inoltrato ricorso, presentando una perizia di Antonio Marfella, oncologo dell’ Istituto per i tumori Pascale e presidente di Isde Campania.

L’ ORTO DI MICHELE E IL COMPOST DEI PELLINI

Negli anni ‘90, quando gli imprenditori Pellini destinarono un terreno dell’area Lenza Schiavone a deposito di compost, Maria, moglie di Michele, da sempre fervente ambientalista, pensò perfino che fosse una cosa buona .

“Già all’ epoca, avevamo cinque compostiere nel nostro terreno – racconta la donna – Michele era uno scout e l’amore per l’ambiente era un modo di essere. Insieme coltivavamo un orto, che, da quando lui non c’è più, ho reso più piccolo e alla mia portata. Una volta, dai Pellini, presi un sacchetto di compost con lo scopo di usarlo proprio in quell’ orto, ma ricordo, come se fosse ieri, il brutto odore e l’aspetto strano che mi indussero a non farlo”.

Solo più tardi, si scoprirà che nei loro siti i Pellini smaltivano rifiuti industriali provenienti da varie parti d’Italia. “Da loro ci andavo anche con mio marito, quando si recava sul posto a controllare i registri di carico e scarico dei trasportatori e ricordo che tante volte Michele interveniva perché i contadini delle aree limitrofe si lamentavano della puzza”.

Michele indagava, scopriva e denunciava. Qualche volta da lui arrivava il magistrato Federico Bisceglia, scomparso pochi anni fa in un incidente stradale, e gli uomini del Corpo Forestale. Il generale Sergio Costa ha ricoperto un ruolo di primo piano per consentire la ricostruzione delle attività di Michele e per questo Maria gliene è molto grata.

EMILIANO. GLI STUDI SULL’AMBIENTE PER AIUTARE SUO PADRE

Azioni di ricerca e di studio che spesso non vedevano all’ opera solo il tenente dei vigili, ma anche suo figlio, Emiliano, un giovane brillante, oggi 36enne laureato in ingegneria informatica, con master universitario sull’ ambiente e stage in Francia. Emiliano studiava per aiutare suo padre a comprendere meglio ciò che man mano veniva a galla. Fu proprio lui, una sera d’agosto, a ridurre i rumori dell’elicottero nel filmato che le forze dell’ordine avevano realizzato dall’ alto evidenziando lo scarico di fanghi nei Regi Lagni. Una macchia scura che man mano si allargava.

“Lavoravano in sinergia – dice Maria – e quando poi Michele si è ammalato, Emiliano ha deciso di iscriversi a Medicina e Chirurugia. Adesso è al quinto anno, i test d’ingresso li ha preparati nel corridoio dell’ospedale, vegliando su suo padre”.

Il senso solido dell’unione, in una famiglia che, come racconta Maria, viveva in “una casa di gioia”.

Maria e Michele si erano fidanzati giovanissimi. “Insieme facevamo tante cose – ricorda la donna – qualsiasi cosa pur di passare il tempo insieme”.

Michele portava con sè sempre una pala per scavare. “La conservo ancora nella mia macchina”, dice sua moglie che, nonostante il dolore del lutto, ha la forza e il sorriso di una combattente.

CRIMINI AMBIENTALI. NON SI AUTORIZZI IL MALE!

Sulla scarcerazione dei Pellini, ha le idee chiare: “Non ce l’ho con loro, non sono io a doverli punire, ma uno Stato che consente questo, fa passare il messaggio dell’impunità per reati gravissimi che hanno devastato la salute di un territorio e delle persone.  Non si può autorizzare nessuno a fare così tanto male!”.

Cosa avrebbe detto Michele? “ Avrebbe detto che a lui, come a me, hanno insegnato che chi sbaglia, paga”.

Maria sarà in piazza Duomo a far sentire la sua voce. E’ fierezza ed orgoglio. Il grande amore del suo matrimonio vibra in ogni parola. “Poche ore prima di morire, Michele  mi ha preso i polsi e mi ha detto: “Sei stata tutta la mia vita!””.