GIUSEPPE, IL POSTINO CHE DI COGNOME FACEVA QUADRANO

Il figlio Pasquale: “L’uccisione di mio padre trattata come la morte di un cane”.
Faceva il postino e aveva solo 43 anni quando lo uccisero nei pressi del bar Orientale di San Cipriano D’Aversa, con dodici colpi. «Per 22 anni non abbiamo saputo niente e nessuno ci ha mai chiamati per capire cosa e chi poteva aver ucciso mio padre. Tutto è avvenuto, come se fosse stato ucciso solo un cane». E’ ancora arrabbiato, Pasquale Quadrano, figlio della vittima. Fu il primo ad arrivare sul luogo dell’omicidio e scena di quel 7 agosto del 1996 gli passa davanti agli occhi come una tale velocità che è difficile seguire anche il cambiamento emotivo che lo accompagna.

IL RICORDO DEL FIGLIO
«Ero a casa dei miei zii a San Cipriano ed erano vivi ancora i miei nonni. Ad un tratto arrivò correndo una signora gridando spaventata: “hanno sparato, hanno sparato”». Siamo negli anni 90, anni della mattanza per strada. Sembrava normale assistere alle morti per strada ed in pieno giorno, ma alla violenza e al sangue non ci si abitua mai. «Ero in motorino e passai – ricorda, il figlio Pasquale- davanti al bar senza mai riuscire ad andare oltre. Riconobbi mio padre a terra dalle scarpe e non dimenticherò mai più quell’immagine. Era ancora senza un lenzuolo e vidi tutto, proprio tutto». Pasquale Quadrano, figlio di Giuseppe aveva solo 15 anni, era un ragazzino che aveva pensato solo di fare qualche giro a bordo del suo motorino. Avanti ed indietro, nelle stradine del paese così come facevano i giovanotti allora e così come in larga parte dell’agroaversano fanno ancora oggi, specialmente d’estate quando il caldo si fa sentire e pure la noia del tempo che non si può spendere diversamente. Suo fratello Luigi ne aveva 13. I momenti successivi all’assassinio passano in fretta. La gente che arriva, le urla di disperazione dei parenti e della moglie. Lo sgomento di chi non sa cosa fare. E poi i rilievi degli inquirenti, l’organizzazione dei funerali e infine il rumore che lascia il passo al silenzio. I fratelli, Pasquale e Luigi Quadrano andavano a scuola ma passarono pochi anni ancora nei banchi. «Abbiamo cominciato a lavorare presto -dice il figlio- perché ci sentivamo in dovere nei confronti di papà e di mia mamma morta di crepacuore senza mai aver saputo chi avesse ucciso mio padre. Ma spero che ora paghino tutti e non solo coloro che hanno ammazzato papà ma anche chi non ha indagato e chi ha archiviato la morte di un uomo come una delle tante carte da mettere a posto».

I FATTI RIEMERSI
I fatti sono riemersi con le indagini della Dda di Napoli, accelerate dal Procuratore Aggiunto di Napoli, Luigi Frunzio. Alla Direzione distrettuale antimafia nel 2017 era arrivata la richiesta di riapertura indagini, già archiviate il 28 giugno del 2005. A ricostruire gli avvenimenti è stato Nicola Panaro, divenuto poi collaboratore di giustizia ed uno degli esecutori materiali del delitto del postino. È stato lui a ricostruire il ruolo dei vari esponenti. mandanti del delitto furono Francesco Sandokan Schiavone e il cugino Cicciariello, mentre all’azione delittuosa presero parte Nicola Panaro, il complice Sebastiano Panaro che guidava l’auto, una Fiat Punto, usata per raggiungere il luogo del delitto, e Oreste Caterino, deceduto qualche anno fa. Quadrano fu sorpreso all’esterno del bar Orientale di San Cipriano d’Aversa. A sparare furono Caterino e Nicola Panaro. I carabinieri della compagnia di Casal di Principe, al comando del capitano Simone Calabrò, hanno eseguito l’ordinanza di custodia in carcere per l’omicidio.

PARENTELA SCOMODA, VITTIMA INNOCENTE?
Per il riconoscimento di Giuseppe Quadrano come vittima innocente della camorra, nel 2002, l’allora prefetto di Caserta, Carlo Schilardi diede parere favorevole. Per dieci anni non si è mai andati avanti. Ed il tempo è trascorso fino all’11 febbraio del 2015, cioè fino a che è arrivato il rigetto da parte del Ministero perché la vittima era cugino dell’altro Giuseppe Quadrano, pluripregiudicato, assassino di don Giuseppe Diana, ucciso il 19 marzo nel 1994. E così, Giuseppe il postino che di cognome faceva Quadrano è stato vittima tre volte. La prima della camorra che tra gli anni 80 e 90 imperava e comandava. La seconda volta perché cugino omonimo di un assassino, riconosciuto dal testimone di giustizia Augusto Di Meo, e poi diventato collaboratore di giustizia, dopo essere stato arrestato in Spagna dagli uomini dell’Interpol. Una decisione che evidentemente il clan dei Casalesi, al quale Quadrano il killer di don Diana apparteneva, non gradiva e quindi per fargli arrivare un messaggio chiaro e forte gli uccise il parente con lo stesso nome e cognome. Davanti a tutti. La terza volta il postino, è stato vittima di un restringimento normativo che dal 2013 ha decretato, per il riconoscimento di vittima innocente, molti più rigetti che approvazioni. E’ in corso un processo di Appello.

TINA CIOFFO

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