STIR IN FIAMME. MINISTRO COSTA: “LA CAMORRA FA SCHIFO!”

“Se qualcuno pensa di farci ripiombare nell’ emergenza, ha sbagliato palazzo”. Così il ministro dell’Ambiente Sergio Costa, stamattina allo Stir di Santa Maria Capua Vetere dove sono andate in fiamme circa 500 tonnellate di rifiuti. Che possa esserci un disegno criminale alla base dei numerosi roghi negli impianti, è un’ipotesi che comincia a delinearsi con sempre maggiore forza.

“La camorra fa schifo, ma fanno schifo anche i colletti bianchi che speculano sulla salute delle persone”, ha affermato il ministro accompagnato dal consigliere regionale Vincenzo Viglione e dalla presidente della commissione Ambiente del Senato Vilma Moronese. “Chi fa questo, deve marcire in galera”, ha detto Costa riferendosi agli autori degli incendi dolosi. Ma qual è la strada da percorrere? “Una sorveglianza più efficace dei siti a rischio (e di questo si parlerà fra poco in prefettura a Caserta) e poi presidio e gestione degli impianti in  attesa di leggi speciali, alle quali  stiamo lavorando , ma che ovviamente richiedono tempi tecnici per l’approvazione”. Per Costa però nessuno dovrà sottrarsi alle proprie responsabilità e a dover fare la propria parte dovrà  essere necessariamente la Regione Campania. “ Non sto puntando il dito contro nessuno, anzi – ha sottolineato –  la difesa dell’ambiente non deve avere colori politici o steccati, ma è più che mai necessario che ognuno si attivi per il bene di tutti”. E sul triste capitolo del mancato decollo degli Ato, Costa ha espresso la sua perplessità. “Bisogna capire in che direzione vogliono andare”, ha commentato. Sulle conseguenze dell’incendio allo Stir, ancora non ci sono notizie. Non si escludono tracce di ammoniaca, mentre per le diossine bisognerà attendere l’ Arpac.

ALESSANDRA TOMMASINO

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PLASTICHE IN MARE E DANNI ALL’ECOSISTEMA

 ALESSANDRA TOMMASINO

Pochi minuti di vita e uno spasmodico ricorso a bicchieri, forchette, cannucce che hanno una durata di vita di pochi minuti, a volte secondi. E poi microplastiche in cosmetici, scrub e detergenti. Un uso crescente nell’abbigliamento, con fibre chimiche. Abitudini che progressivamente danneggiano il nostro ecosistema. A confermarlo anche il recente studio sulle microplastiche in mare condotto  nel golfo di Napoli dalla stazione zoologica Anton Dohrn, che ha installato sei grandi laboratori sommersi di oltre 15 metri di profondità e 2 metri di diametro per il campionamento delle acque nell’area di Mergellina. I dati, ancora parziali, sono stati anticipati nell’ambito del Forum internazionale sui rifiuti Polieco dal titolo “Plastica: ancora un futuro?”, in corso a Ischia.  Christophe Brunet, che ha curato la ricerca internazionale, sottolinea come a Napoli sia stato effettuato uno studio non comparabile con nessun altro progetto. Obiettivo della ricerca comprendere gli effetti sulla biodiversità e sulle componenti più grandi che possono finire nei nostri piatti. “Gli studi effettuati finora non hanno tenuto conto di tutta la colonna d’acqua, visto che normalmente i prelievi per il campionamento vengono effettuati in superficie – spiega Brunet – né hanno preso in considerazione frammenti di dimensioni inferiori a 0,3 millimetri”. A Napoli, invece, questi due aspetti sono stati tenuti in considerazione e il risultato del campionamento, in termini numerici, cambia in modo netto. Se infatti le acque superficiali contengono dai 4 ai 10 frammenti ogni 1000 litri di acqua e il dato è comparabile con quello del Mare del Nord, dell’Oceano Pacifico e Atlantico, quelle più profonde presentano dai 14 ai 23 frammenti per 1000 litri di acqua. Cosa è stato osservato? “Le microplastiche non restano in superficie e anche se i frammenti sono piccoli e leggeri, una parte consistente scende”, afferma Brunet, aggiungendo che “lo studio mette in rilievo che già dopo un giorno, i frammenti si ritrovano da 5 a 10 metri di profondità. Tra il 50 e 90%, si ritrovano a 10 metri dopo 6 giorni”. Quali gli impatti? Il più preoccupante è quello sui microorganismi marini, visto che i frammenti sono colonizzati dai batteri nel giro di poche ore e questo finisce per modificare in maniera rilevante e significativa la biodiversità batterica presente nell’acqua e l’attività biologica batterica. “La conseguenza è che – spiega Brunet – il ciclo naturale delle piccole molecole presenti in acqua viene alterato”. A modificarsi è la composizione della comunità delle microalghe e quella dei piccolissimi animali (i microzooplancton) che si nutrono di microalghe e batteri. Allo stesso tempo, le microalghe si “attaccano” sulle microplastiche modificando così la loro distribuzione spaziale nella massa d’acqua, nonché la grandezza e la densità (il peso) delle microplastiche. Dalla ricerca si evince che questi aggregati, sedimentando più velocemente verso il fondo, diventano prede ancora più appetibili per erbivori, invertebrati (crostacei) o vertebrati (pesci). Parallelamente cosa accade? Che queste microplastiche, ingerite da animali erbivori, entrano nella catena alimentare. Le microplastiche, secondo lo studio, incidono sia sulla parte microscopica dell’ecosistema, modificandone l’equilibrio, sia sulla parte macroscopica, quando vengono ingerite. “Il connubio fra queste due conseguenze – conclude Brunet – può essere drammatico”. La Stazione Dohrn, che sta svolgendo queste ricerche in collaborazione con 10 istituti di ricerca marina italiani ed europei e il coinvolgimento della Laurea Mare della Federico II e del Liceo Silvestri di Portici, sarà presente al Forum Polieco con il presidente Roberto Danovaro.

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DA CASAPESENNA ALLA ROMANIA, L’OPERAZIONE “TRANSILVANIA”

ALESSANDRA TOMMASINO

Salvatore Nobis, detto “Scintilla”, non era per niente contento del figlio Mario, sia  per il fallimento in varie attività imprenditoriali, sia per l’incapacità di sostenere la famiglia mentre lui era sottoposto a regime di 41 bis. “Mo’ faccio questo, faccio l’impresa, faccio questo, faccio quello, non ha fatto niente. Mo’ vado alla Romania, mo’ faccio il caseificio, il latte, la mozzarella”. Così, in un colloquio in carcere, Nobis si sfoga parlando del figlio, mentre la moglie, Assunta, si lamenta delle difficoltà economiche. Quando Mario Nobis si trasferisce in Romania, però, il tono delle conversazioni  diventa più sereno. Nobis padre invita il figlio a chiedere aiuto a Nicola Inquieto: “Ti tratti con quello? Devi dire “Mo’ aiutami!”. Mario Nobis descrive la vita agiata in Romania (“macchine, mangio fuori, ho chi stira”) e il padre, dal suo canto, risponde: “E qua non possiamo mangiare, per comprare un giocattolo da mandare a casa ha dovuto rinunciare alla spesa”.

Ma nei colloqui si parla anche di relazioni sentimentali e il padre chiede al figlio della fidanzata : “Questa cos’è? Rumena?”. Interviene il fratello Giulio: “E tu da questo cosa ti potevi aspettare?”.  Mario difende la donna: “E’ brava, è una ragazza a posto e poi è una famiglia perbene, non è famiglia che padre divorziato, madre divorziata, è famiglia come…perbene”.  Mario Nobis è soddisfatto del suo trasferimento in quel Paese in cui “non ci sta niente, si devono fare strade, ponti  e ci sono i fondi europei”.  Una prospettiva di guadagno che sarebbe riuscita con il supporto di Inquieto, garante con il tesoro del clan Zagaria e arrestato ieri nell’ambito dell’operazione Transilvania. Dal nome della terra di Dracula, il vampiro che succhia il sangue delle persone, proprio come hanno fatto per tanti anni Michele Zagaria, Nobis “Scintilla” e molti altri. Ma in fondo, l’importante è non avere genitori divorziati, no?

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