DA PADOVA A CASAL DI PRINCIPE, I LIBRI PER LA ‘GRILLO PARLANTE’

di TINA CIOFFO

In genere si dice che con la lettura si fanno dei grandi viaggi, questa volta però il viaggio lo hanno fatto i libri. Da Padova ed in particolar modo da Solesino fino a Casal di Principe, sono arrivati 1300 volumi di vario genere serviti per inaugurare la biblioteca comunale del paese casertano, ‘Il Grillo parlante’. Un ponte di idee e conoscenze che è cominciato grazie a Maria Zagaria, una studentessa della scuola media casalese Dante Alighieri, che l’anno scorso ha scritto una lettera al sindaco casalese, Renato Natale chiedendogli «uno spazio dove incontrare gli altri ragazzi, dove leggere e confrontarsi». «Il sindaco Natale, un giorno è venuto in classe durante l’ora di Italiano e ci ha annunciato quello che sarebbe avvenuto. Non immaginavo che la mia richiesta si concretizzasse. Ho capito quanto lavoro ci sia alla base e ho imparato quanto sia importante credere nelle proprie idee», dice Maria, dritta sulla schiena ed un temperamento che ricorda una piccola Thatcher.
RETE DI BIBLIOTECHE
La biblioteca comunale casalese, rimarrà aperta tutti i giorni dalle ore 9 alle 13 e di pomeriggio il lunedì ed il giovedì, aspettando nuovi e vecchi lettori, e sarà messa in rete con la biblioteca tematica (sociale, legalità, antimafia ma anche giornalismo di inchiesta, ambiente e storie di vittime innocenti della criminalità), inaugurata il 19 marzo a Casa don Diana, in via Urano 18, nel bene confiscato gestito dal Comitato don Peppe Diana aperta dal lunedì al venerdì. «Una rete che ci consentirà di offrire ai nostri giovani più libri possibili, seguendo l’esempio degli amici di Padova», ha detto Natale riferendosi al Consorzio delle biblioteche ‘Bpa’ di 50 comuni padovani. «Quando abbiamo cominciato, 40 anni fa. Avevamo solo 600libri in un solo paese, siamo partiti con una collaborazione fra sei paesi e siamo arrivati ad un patrimonio di 1milione e 500mila testi», ha spiegato il presidente Giovanni Ponchio. «Per anni dal Nord abbiamo ricevuto solo rifiuti che industriali disonesti con la complicità di camorristi e politici collusi, hanno sotterrato nei nostri terreni. Ora invece importiamo libri ed esperienze. Un cambiamento impagabile», ha continuato il sindaco casalese. «Per voi forse siamo l’alto Nord ma Solesino è considerato il profondo sud del Veneto», ha scherzato il sindaco Roberto Beggiato, sotto gli occhi attenti del suo assessore alla cultura, Nicola Fusaro che per primo insieme al consigliere Ludovico Coronella dell’amministrazione casalese, ha avviato l’iter festeggiato con il rituale del taglio del nastro. Più insolito ma apprezzato, il momento dedicato alla lettura di alcune pagine del romanzo di Carlo Collodi, ‘Le avventure di Pinocchio’, cui il nome della biblioteca casalese si è ispirata. Il Grillo palante, non altri che la voce della coscienza, è infatti colui che raccomanda di studiare consigliandogli di fare le giuste scelte. «Una lettura che dovrebbero fare non solo i ragazzi ma anche molti adulti», ha commentato don Carlo Aversano, il parroco della chiesa SS Salvatore di Casal di Principe dando la sua benedizione all’intera iniziativa.
MARIA, LA RAGAZZA CHE SOGNA
L’anno prossimo Maria Zagaria che voleva la biblioteca a Casal di Principe, terminerà le scuole medie e frequenterà il liceo scientifico Segrè di San Cipriano D’Aversa. La prescrizione l’ha già fatta e a giudicare dal tono che usa, ha tutto chiaro. «Ho sempre amato la lettura e non ho mi capito perché non potessimo avere uno spazio dove poterci scambiare opinioni», dice la ragazza. Legge libri fantasy ma anche storici, senza mancare di quella vena romantica che scalda i cuori e alimenta i sogni. Su tutti preferisce però il verismo di Verga con Rosso Malpelo. «Il pregiudizio che ho trovato in questa novella credo che bene si addice anche al nostro paese. Abbiamo bisogno di bellezza e conoscenza e soprattutto di essere conosciuti per quello che siamo», ha commentato la ragazza dai modi straordinariamente composti. Con la lettura si è davvero, oltre.

RIFUGIATI POLITICI A CASAL DI PRINCIPE, NEL CENTRO FONDATO DA DON PEPPE DIANA

di Tina Cioffo

Keyriya Amir Mohammed è incinta di due gemelli, due maschi che nasceranno a giugno. La pancia non è molto pronunciata ma forse è solo ben protetta sotto gli abiti africani, colorati, ampi e ben in ordine. Si muove velocemente mentre prende dei fogli e lascia per qualche minuto il tavolo tondo attorno al quale, lei e il marito Ahmed Mohammed Shifa Beyan con l’aiuto di suor Silvana che fa da interprete, stanno raccontando la loro storia. Sono tutti dell’Eritrea anche suor Silvana. Ahmed, Keyriya e la loro figlia di 9 anni, Kadra, sono richiedenti asilo. Sono rifugiati politici arrivati in Italia il 27 febbraio attraverso il corridoio umanitario della Caritas italiana, Comunità di Sant’Egidio e l’Ong Gandhi di Alganesc Fessaha. «Un aiuto umanitario che non prevede solo il “viaggio sicuro”, ma anche un lungo lavoro preparatorio di individuazione delle persone da portare in Italia», spiega Roger Adjicoude a capo dell’area immigrazione Caritas della Diocesi di Aversa. Con le missioni programmate a giugno e in autunno del 2018 giungeranno altri 362 rifugiati, per un totale di 500. Tutto viene anticipato da diversi colloqui con ciascuno dei profughi, la collaborazione con l’Unhcr, con l’ente di protezione dei profughi etiope (Arra), con l’Ambasciata italiana di Addis Abeba per le procedure di identificazione e di visto. «Grazie alla Caritas nazionale, con i corridoi umanitari, scriviamo una nuova pagina di attenzione all’altro. Il nostro compito è promuovere ed educare al bene con buone prassi», commenta Don Carmine Schiavone in qualità di direttore Caritas Diocesana di Aversa. Nella diocesi aversana sono arrivati sette richiedenti asilo. Quattro sono ospitati nella cittadina normanna. La famiglia di Ahmed a Casal di Principe è arrivata da due settimane accolta dalla comunità parrocchiale di don Franco Picone, in quello che un tempo era il centro per immigrati che volle don Giuseppe Diana, il prete casalese ucciso dalla camorra il 19 marzo del 1994. Il benvenuto è sempre segnato da un sorriso, degli occhi prima che con la bocca. «Li stiamo aiutando anche -spiega don Picone- grazie alla collaborazione di alcuni parrocchiani che hanno dimostrato una lodevole capacità di essere solidali». 

ERITREI IN FUGA

Ahmed era militare, lo è stato per due anni prima di decidere come tanti altri di scappare. «Eravamo ridotti in schiavitù, allontanati dalle nostre famiglie e senza nessuna possibilità di contattarli. Ci davano solo il necessario per mantenerci in vita ma il mio pensiero era fermo a casa. Avevo lasciato mia moglie e mia figlia e non mi davo pace», racconta l’uomo. La prima tappa della sua lunga fuga è in Sudan, poi in Etiopia poi ancora in Egitto e di nuovo in Etiopia dove finalmente lo raggiunge sua moglie e la sua bambina. Ahmed nella lunga corsa alla vita ha però avuto un incidente, maltrattato e picchiato. È stato imprigionato e torturato per aver rifiutato di continuare con la leva obbligatoria, e senza data di congedo, nell’esercito eritreo. Porta ancora i segni sul corpo. In Etiopia, Ahmed, Keyriya e la piccola Kadra sono stati in un campo per rifugiati, erano in 6mila e le condizioni nelle quali hanno vissuto si possono solo immaginare.
KADRA, LA BIMBA DI 9 ANNI IN FUGA E ACCOLTA A SCUOLA
Kadra ne ha già passate tante, troppe per una bambina, ma forse ora è arrivato il momento della buona speranza. A Casal di Principe, è stata immediatamente accolta dalla comunità delle Suore  Figlie di Sant’Anna. L’istituto in via Matteotti, a pochi passi dal centro cittadino. Sebbene, la bambina, non parli ancora l’italiano le suore l’hanno iscritta alla classe seconda. La maestra Angela Morza, ogni giorno le insegna qualche lettera, una sillaba, i numeri e i saluti. Ogni giorno è per lei una conquista. Una scuola cattolica anche se lei, come tutta la sua famiglia, è di fede musulmana. «Qualche settimana fa la dirigente dell’istituto -spiega la maestra Angela Morza- mi avvisò che sarebbe arrivata una nuova bambina. Naturalmente, dopo avermi spiegato la dura realtà dalla quale proveniva, iniziai a parlarne in classe, dapprima come racconto e poi come testo narrativo sulla multiculturalità. L’intera classe l’ha accolta con gioia e curiosità e credo che questo stia aiutando tutti». I suoi compagni di classe, la stanno prendendo per mano, la maestra Angela ha compreso la necessità di renderla subito autonoma, almeno dal punto di vista comunicativo e le suore dell’Istituto Sant’Anna danno prova di un’accoglienza che non ha alcun tipo di steccato. «Kadra, inizialmente era impaurita, ma con gli occhi pieni di speranza e la voglia di imparare in fretta una lingua per lei ancora sconosciuta, in poche settimane ha fatto passi da gigante. Ogni mattina arriva a scuola sorridente e desiderosa di mostrare il lavoro svolto a casa ed io non posso fare altro che congratularmi con lei per i risultati che è riuscita a raggiungere in così poco tempo», assicura la docente che insieme agli altri bambini sta facendo di tutto per cancellare dal volto della bambina quel velo di tristezza che in alcuni momenti, ancora si riesce a cogliere con nitidezza. Un cammino tutto in salita per chi si è lasciata alle spalle tensioni e terrore e non sa ancora se può stare tranquilla.

UN ANNO DI TEMPO Keyriya e Ahmed hanno un quadernone sul quale si sono appuntati l’alfabeto, i suoni e alcune parole per una immediata comprensione. Keyriya apprende velocemente, ha l’occhio vispo e segue, come solo le donne sanno fare, ogni cosa mentre sembra distratta in altro. Mentre è in cucina per preparare caffè e thè, accompagnati da biscottini e qualche cereale che segna l’amabile ospitalità, Ahmed continua a sciorinare i suoi ricordi. «Il passato è ancora vivo, ma non è più quello che mi fa paura. Sono spaventato dal futuro. Ora siamo qui ed è stata una sorpresa trovare tanta accoglienza ma ho bisogno di dare alla mia famiglia una sicurezza, anche minima», confessa. Il suo primo pensiero va alla necessità di un impiego. «Il lavoro non si sceglie, quello che mi proporranno lo farò dedicandomi con serietà», dice Ahmed che in Eritrea viveva in campagna e quindi conosce i tempi della cultura contadina. Il progetto che li sostiene, a costo zero per lo Stato Italiano e tutto a carico della Caritas, dura un anno. L’autonomia in 12 mesi deve essere raggiunta anche se l’inserimento nel nostro Paese sarà monitorato per cinque anni.

DA CASAPESENNA ALLA ROMANIA, L’OPERAZIONE “TRANSILVANIA”

ALESSANDRA TOMMASINO

Salvatore Nobis, detto “Scintilla”, non era per niente contento del figlio Mario, sia  per il fallimento in varie attività imprenditoriali, sia per l’incapacità di sostenere la famiglia mentre lui era sottoposto a regime di 41 bis. “Mo’ faccio questo, faccio l’impresa, faccio questo, faccio quello, non ha fatto niente. Mo’ vado alla Romania, mo’ faccio il caseificio, il latte, la mozzarella”. Così, in un colloquio in carcere, Nobis si sfoga parlando del figlio, mentre la moglie, Assunta, si lamenta delle difficoltà economiche. Quando Mario Nobis si trasferisce in Romania, però, il tono delle conversazioni  diventa più sereno. Nobis padre invita il figlio a chiedere aiuto a Nicola Inquieto: “Ti tratti con quello? Devi dire “Mo’ aiutami!”. Mario Nobis descrive la vita agiata in Romania (“macchine, mangio fuori, ho chi stira”) e il padre, dal suo canto, risponde: “E qua non possiamo mangiare, per comprare un giocattolo da mandare a casa ha dovuto rinunciare alla spesa”.

Ma nei colloqui si parla anche di relazioni sentimentali e il padre chiede al figlio della fidanzata : “Questa cos’è? Rumena?”. Interviene il fratello Giulio: “E tu da questo cosa ti potevi aspettare?”.  Mario difende la donna: “E’ brava, è una ragazza a posto e poi è una famiglia perbene, non è famiglia che padre divorziato, madre divorziata, è famiglia come…perbene”.  Mario Nobis è soddisfatto del suo trasferimento in quel Paese in cui “non ci sta niente, si devono fare strade, ponti  e ci sono i fondi europei”.  Una prospettiva di guadagno che sarebbe riuscita con il supporto di Inquieto, garante con il tesoro del clan Zagaria e arrestato ieri nell’ambito dell’operazione Transilvania. Dal nome della terra di Dracula, il vampiro che succhia il sangue delle persone, proprio come hanno fatto per tanti anni Michele Zagaria, Nobis “Scintilla” e molti altri. Ma in fondo, l’importante è non avere genitori divorziati, no?

BUONARROTI, PRESTO IL RITORNO: INIZIA IL CONTO ALLA ROVESCIA

Caserta- Buonarroti: è maggio la deadline per restituire ad alunni e docenti il proprio Istituto in viale Michelangelo. Lo ha assicurato il presidente della Provincia, Giorgio Magliocca, costantemente in contatto con i tecnici per seguire i lavori passo dopo passo. “A fine aprile finiremo il collaudo- ha spiegato- e chiederemo alla Procura il dissequestro dell’Istituto, che certamente non tarderà ad arrivare, vista la delicatezza della situazione”.

Magliocca si riferisce ad un intero anno scolastico, (l’Istituto è stato posto sotto sequestro preventivo nel maggio del 2017) trascorso tra carte bollate, proteste, contatti non sempre sereni con il Movimento Buonarroti in Agitazione, che riunisce studenti, famiglie e docenti. Del resto, l’aver lasciato passare i mesi estivi senza individuare una soluzione adeguata, ma riunendo gli organi competenti in Prefettura soltanto dopo l’inizio della scuola, ha fatto sì che la montagna partorisse il topolino, ovvero la dislocazione degli alunni non su una, non su due ma su ben tre scuole e per di più anche di pomeriggio.  “Una situazione davvero difficile- dice Francesco B.- genitore di due alunni dell’indirizzo Turistico- che ci ha obbligato a cambiare le abitudini di tutta la famiglia, anche perché ho un figlio che frequenta il secondo anno e quindi le lezioni si svolgono di mattina presso il liceo artistico di San Nicola La Strada ed una figlia che devo accompagnare di pomeriggio a Caserta, presso l’ITS Giordani. Non abbiamo cambiato scuola soltanto per la qualità dell’offerta formativa, per il rapporto di fiducia con i docenti, che davvero hanno fatto i salti mortali e per la vicinanza della preside Vittoria De Lucia, che ci ha ascoltato ed è venuta incontro ad ogni esigenza”. Eppure, sono stati diversi i ragazzi che, seppure a malincuore, si sono traferiti presso altre scuole, soprattutto per continuare con maggiore tranquillità le attività sportive pomeridiane. Pare però che molti siano pronti a tornare al Buonarroti, adesso che il peggio sembra essere passato: i lavori hanno seguito il loro iter, in straordinaria ripresa dopo uno stop durato mesi dovuto sia alla necessità di adeguare il progetto, ma anche a cavilli burocratici e a rimpalli di responsabilità tra Provincia, Genio civile e le altre amministrazioni coinvolte. Comunque, a meno di imprevisti, i ragazzi potranno trascorrere gli ultimi giorni dell’anno scolastico tra i loro banchi e così anche la protesta social, un tempo molto forte, sembra aver lasciato spazio alla speranza, come dimostra uno degli ultimi post della pagina Buonarroti in Agitazione. Il prestigioso Istituto tecnico casertano non è un caso isolato, ma rappresenta la punta dell’iceberg di una criticità che riguarda tutte le scuole della provincia, visto che all’inizio dell’anno scolastico, quasi la totalità degli istituti superiori era privo di valide certificazioni, sia in materia di sicurezza e antincendio, sia per la vulnerabilità sismica. Non va meglio a livello regionale: sono circa otto su dieci le scuole campane che non hanno il certificato di agibilità statica o il collaudo. Come se ne esce allora? Benché sia difficile superare il gap di circa 20 punti percentuali che ci separa dal resto del Paese, lo scorso febbraio la Provincia di Caserta ha annunciato 15 progetti di messa in sicurezza ed adeguamento sismico, con fondi messi disposizione dal Miur.

Alessandra Cappabianca

ale.cappabianca@gmail.com

SCARCERAZIONE DEI FRATELLI PELLINI.  LA MOGLIE DEL VIGILE LIGUORI: “GRAVE SE LO STATO LASCIA PASSARE IL MESSAGGIO DELL’ IMPUNITA'”

ALESSANDRA TOMMASINO

Sono ritornati nella terra in cui hanno portato veleni ed inquinamento. I fratelli Cuono, Giovanni e Salvatore Pellini sono di nuovo a casa, a soli dieci mesi dalla condanna a sette anni di detenzione per il disastro ambientale provocato. Un rientro anticipato che il vescovo di Acerra, Antonio Di Donna, ha definito nell’ omelia di Pasqua “un’umiliazione per i cittadini”. Eppure c’è perfino chi i fratelli, che oggi si godono le loro lussuose abitazioni, li accoglie con un caffè offerto al bar. Le aree della resistenza, gli uomini e le donne della “Terra dei fuochi”, però non ci stanno e il prossimo 12 aprile, dopo il sit  in promosso dalla Rete di Cittadinanza e Comunità, manifesteranno in piazza Duomo. 

ACERRA. TERRA DI RESISTENZA

Non solo Montefibre e termovalorizzatore, affari e diossine, non solo terra dei Pellini, Acerra è terra di Michele Liguori, il tenente dei vigili urbani che da solo, per tanto tempo, ha indagato sui reati ambientali fino a quando,  a 59 anni, due tumori, non uno, lo hanno portato via.

Lo Stato ha rigettato l’istanza di riconoscimento di vittima del dovere, negando il nesso fra il suo lavoro e la causa del decesso, ma  la sua famiglia non si arrende e ha già inoltrato ricorso, presentando una perizia di Antonio Marfella, oncologo dell’ Istituto per i tumori Pascale e presidente di Isde Campania.

L’ ORTO DI MICHELE E IL COMPOST DEI PELLINI

Negli anni ‘90, quando gli imprenditori Pellini destinarono un terreno dell’area Lenza Schiavone a deposito di compost, Maria, moglie di Michele, da sempre fervente ambientalista, pensò perfino che fosse una cosa buona .

“Già all’ epoca, avevamo cinque compostiere nel nostro terreno – racconta la donna – Michele era uno scout e l’amore per l’ambiente era un modo di essere. Insieme coltivavamo un orto, che, da quando lui non c’è più, ho reso più piccolo e alla mia portata. Una volta, dai Pellini, presi un sacchetto di compost con lo scopo di usarlo proprio in quell’ orto, ma ricordo, come se fosse ieri, il brutto odore e l’aspetto strano che mi indussero a non farlo”.

Solo più tardi, si scoprirà che nei loro siti i Pellini smaltivano rifiuti industriali provenienti da varie parti d’Italia. “Da loro ci andavo anche con mio marito, quando si recava sul posto a controllare i registri di carico e scarico dei trasportatori e ricordo che tante volte Michele interveniva perché i contadini delle aree limitrofe si lamentavano della puzza”.

Michele indagava, scopriva e denunciava. Qualche volta da lui arrivava il magistrato Federico Bisceglia, scomparso pochi anni fa in un incidente stradale, e gli uomini del Corpo Forestale. Il generale Sergio Costa ha ricoperto un ruolo di primo piano per consentire la ricostruzione delle attività di Michele e per questo Maria gliene è molto grata.

EMILIANO. GLI STUDI SULL’AMBIENTE PER AIUTARE SUO PADRE

Azioni di ricerca e di studio che spesso non vedevano all’ opera solo il tenente dei vigili, ma anche suo figlio, Emiliano, un giovane brillante, oggi 36enne laureato in ingegneria informatica, con master universitario sull’ ambiente e stage in Francia. Emiliano studiava per aiutare suo padre a comprendere meglio ciò che man mano veniva a galla. Fu proprio lui, una sera d’agosto, a ridurre i rumori dell’elicottero nel filmato che le forze dell’ordine avevano realizzato dall’ alto evidenziando lo scarico di fanghi nei Regi Lagni. Una macchia scura che man mano si allargava.

“Lavoravano in sinergia – dice Maria – e quando poi Michele si è ammalato, Emiliano ha deciso di iscriversi a Medicina e Chirurugia. Adesso è al quinto anno, i test d’ingresso li ha preparati nel corridoio dell’ospedale, vegliando su suo padre”.

Il senso solido dell’unione, in una famiglia che, come racconta Maria, viveva in “una casa di gioia”.

Maria e Michele si erano fidanzati giovanissimi. “Insieme facevamo tante cose – ricorda la donna – qualsiasi cosa pur di passare il tempo insieme”.

Michele portava con sè sempre una pala per scavare. “La conservo ancora nella mia macchina”, dice sua moglie che, nonostante il dolore del lutto, ha la forza e il sorriso di una combattente.

CRIMINI AMBIENTALI. NON SI AUTORIZZI IL MALE!

Sulla scarcerazione dei Pellini, ha le idee chiare: “Non ce l’ho con loro, non sono io a doverli punire, ma uno Stato che consente questo, fa passare il messaggio dell’impunità per reati gravissimi che hanno devastato la salute di un territorio e delle persone.  Non si può autorizzare nessuno a fare così tanto male!”.

Cosa avrebbe detto Michele? “ Avrebbe detto che a lui, come a me, hanno insegnato che chi sbaglia, paga”.

Maria sarà in piazza Duomo a far sentire la sua voce. E’ fierezza ed orgoglio. Il grande amore del suo matrimonio vibra in ogni parola. “Poche ore prima di morire, Michele  mi ha preso i polsi e mi ha detto: “Sei stata tutta la mia vita!””.

 

 

GIUSEPPE, IL POSTINO CHE DI COGNOME FACEVA QUADRANO

Il figlio Pasquale: “L’uccisione di mio padre trattata come la morte di un cane”.
Faceva il postino e aveva solo 43 anni quando lo uccisero nei pressi del bar Orientale di San Cipriano D’Aversa, con dodici colpi. «Per 22 anni non abbiamo saputo niente e nessuno ci ha mai chiamati per capire cosa e chi poteva aver ucciso mio padre. Tutto è avvenuto, come se fosse stato ucciso solo un cane». E’ ancora arrabbiato, Pasquale Quadrano, figlio della vittima. Fu il primo ad arrivare sul luogo dell’omicidio e scena di quel 7 agosto del 1996 gli passa davanti agli occhi come una tale velocità che è difficile seguire anche il cambiamento emotivo che lo accompagna.

IL RICORDO DEL FIGLIO
«Ero a casa dei miei zii a San Cipriano ed erano vivi ancora i miei nonni. Ad un tratto arrivò correndo una signora gridando spaventata: “hanno sparato, hanno sparato”». Siamo negli anni 90, anni della mattanza per strada. Sembrava normale assistere alle morti per strada ed in pieno giorno, ma alla violenza e al sangue non ci si abitua mai. «Ero in motorino e passai – ricorda, il figlio Pasquale- davanti al bar senza mai riuscire ad andare oltre. Riconobbi mio padre a terra dalle scarpe e non dimenticherò mai più quell’immagine. Era ancora senza un lenzuolo e vidi tutto, proprio tutto». Pasquale Quadrano, figlio di Giuseppe aveva solo 15 anni, era un ragazzino che aveva pensato solo di fare qualche giro a bordo del suo motorino. Avanti ed indietro, nelle stradine del paese così come facevano i giovanotti allora e così come in larga parte dell’agroaversano fanno ancora oggi, specialmente d’estate quando il caldo si fa sentire e pure la noia del tempo che non si può spendere diversamente. Suo fratello Luigi ne aveva 13. I momenti successivi all’assassinio passano in fretta. La gente che arriva, le urla di disperazione dei parenti e della moglie. Lo sgomento di chi non sa cosa fare. E poi i rilievi degli inquirenti, l’organizzazione dei funerali e infine il rumore che lascia il passo al silenzio. I fratelli, Pasquale e Luigi Quadrano andavano a scuola ma passarono pochi anni ancora nei banchi. «Abbiamo cominciato a lavorare presto -dice il figlio- perché ci sentivamo in dovere nei confronti di papà e di mia mamma morta di crepacuore senza mai aver saputo chi avesse ucciso mio padre. Ma spero che ora paghino tutti e non solo coloro che hanno ammazzato papà ma anche chi non ha indagato e chi ha archiviato la morte di un uomo come una delle tante carte da mettere a posto».

I FATTI RIEMERSI
I fatti sono riemersi con le indagini della Dda di Napoli, accelerate dal Procuratore Aggiunto di Napoli, Luigi Frunzio. Alla Direzione distrettuale antimafia nel 2017 era arrivata la richiesta di riapertura indagini, già archiviate il 28 giugno del 2005. A ricostruire gli avvenimenti è stato Nicola Panaro, divenuto poi collaboratore di giustizia ed uno degli esecutori materiali del delitto del postino. È stato lui a ricostruire il ruolo dei vari esponenti. mandanti del delitto furono Francesco Sandokan Schiavone e il cugino Cicciariello, mentre all’azione delittuosa presero parte Nicola Panaro, il complice Sebastiano Panaro che guidava l’auto, una Fiat Punto, usata per raggiungere il luogo del delitto, e Oreste Caterino, deceduto qualche anno fa. Quadrano fu sorpreso all’esterno del bar Orientale di San Cipriano d’Aversa. A sparare furono Caterino e Nicola Panaro. I carabinieri della compagnia di Casal di Principe, al comando del capitano Simone Calabrò, hanno eseguito l’ordinanza di custodia in carcere per l’omicidio.

PARENTELA SCOMODA, VITTIMA INNOCENTE?
Per il riconoscimento di Giuseppe Quadrano come vittima innocente della camorra, nel 2002, l’allora prefetto di Caserta, Carlo Schilardi diede parere favorevole. Per dieci anni non si è mai andati avanti. Ed il tempo è trascorso fino all’11 febbraio del 2015, cioè fino a che è arrivato il rigetto da parte del Ministero perché la vittima era cugino dell’altro Giuseppe Quadrano, pluripregiudicato, assassino di don Giuseppe Diana, ucciso il 19 marzo nel 1994. E così, Giuseppe il postino che di cognome faceva Quadrano è stato vittima tre volte. La prima della camorra che tra gli anni 80 e 90 imperava e comandava. La seconda volta perché cugino omonimo di un assassino, riconosciuto dal testimone di giustizia Augusto Di Meo, e poi diventato collaboratore di giustizia, dopo essere stato arrestato in Spagna dagli uomini dell’Interpol. Una decisione che evidentemente il clan dei Casalesi, al quale Quadrano il killer di don Diana apparteneva, non gradiva e quindi per fargli arrivare un messaggio chiaro e forte gli uccise il parente con lo stesso nome e cognome. Davanti a tutti. La terza volta il postino, è stato vittima di un restringimento normativo che dal 2013 ha decretato, per il riconoscimento di vittima innocente, molti più rigetti che approvazioni. E’ in corso un processo di Appello.

TINA CIOFFO

DON MICHELE BARONE: QUANTE DOMANDE SENZA RISPOSTA?

Perché lo hanno fatto tornare e soprattutto chi gli ha consentito di farlo? E’ stata la prima domanda che a denti stretti è stata posta su don Michele Barone, subito dopo la diffusione della notizia dei suoi riti di esorcismo e delle sue presunte violenze sessuali su tre donne. A quella domanda, con i giorni trascorsi e la posizione di tutti i protagonisti della storia che parte da Casapesenna ma che arriva fino a Medjugorje ed in Inghilterra, se ne sono affiancata molte altre. Che fine hanno fatto le vittime, reali o presunte tali? Il silenzio continua ad avvolgerle. I loro nomi, per chi ha avuto modo di leggere le carte processuali sono noti eppure la loro sofferenza che don Barone gli avrebbe causato non è ancora emersa. Quali saranno le conseguenze di questa storia che non ha niente a che vedere con la pia compassione del soccorso religioso? Quello che si è visto fino ad ora è solo la parte più evidente. Altre vittime non ancora pronte ad esporre pubblicamente quello che hanno vissuto, hanno cominciato a raccontare episodi e fatti ad altri sacerdoti, facendo intravedere un altro grosso sisma che farà crollare la fragile impalcatura di quella parte della Chiesa che troppo spesso ha usato il silenzio.

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ESORCISMO ATTRAVERSO I SECOLI

L’esorcismo è una pratica antichissima, di cui troviamo testimonianze già nelle Sacre Scritture: mentre l’Antico Testamento riferisce un solo episodio, il Vangelo annovera, tra i miracoli di Gesù, la liberazione di diversi indemoniati. Inoltre, negli Atti degli Apostoli compare la “ricetta” per combattere i demoni più resistenti: preghiera, digiuno, carità ai poveri. A differenza di quanto comunamente si creda, non è il Medioevo l’epoca in cui l’esorcismo ebbe la sua massima diffusione in Europa, ma i secoli immediatamente successivi. L’esorcistato era compreso tra gli ordini minori e con il tempo divenne puramente formale, fino a quando fu abolito dal Concilio Vaticano II, nel 1959. L’interesse popolare per l’esorcismo si riaccese negli anni 70 ed 80 del secolo scorso, tanto che nel 1990 padre René Chenesseau, sacerdote ed esorcista francese e padre Gabriele Amorth, sacerdote ed esorcista nella Diocesi di Roma fondarono l’Associazione internazionale degli esorcisti, unico ente riconosciuto dal  Vaticano. Attualmente, sono oltre 400 gli esorcisti soci dell’Aie nel mondo, ai quali si aggiungono un centinaio di ausiliari. L’importanza del rito è stata riconfermata sia da Papa Giovanni Paolo II che da Benedetto XVI, nonché dallo stesso Bergoglio, il quale recentemente ha invitato i sacerdoti a non avere remore nel rivolgersi agli esorcisti, quando sospettino la presenza del demonio. Ma quanti sono i casi dichiarati di reale possessione? Sebbene il numero di chi ricorre all’aiuto dell’esorcista sia in aumento ed in Italia si sia vicini al mezzo milione, la Chiesa resta molto cauta: secondo il Vaticano, i casi autentici sono pochissimi.

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TRA UNO SCHIAFFO E UNA BENEDIZIONE, L’USO DELLE MANI

 

Esorcismo o preghiera di liberazione? Il confine è davvero così sottile? Di certo c’è che, nella vicenda di don Michele Barone, la preghiera di liberazione è diventata escamotage per nascondere riti esorcistici non autorizzati. Quando tutto è precipitato, don Michele Barone ha cominciato a puntare il dito contro tutti e tutto e fra i primi a rientrare nelle sue citazioni, è stato un prete anziano, arrivato a Casapesenna da Roma diversi anni fa: don Bruno. Di questo sacerdote che parla velocemente, dall’intelligenza evidente e dall’accento mai perso delle sue origini,  si è sempre detto che fosse un esorcista e, quando le ultime vicende di cronaca, hanno acceso i riflettori sul santuario mariano “Mia Madonna, mia salvezza” e hanno fatto emergere la sua “attività”, nessuno, ma proprio nessuno, si è mostrato sorpreso . Don Bruno del resto, io stessa avevo avuto modo di intervistarlo circa venti anni fa nella chiesa madre di Casapesenna e il mio era proprio uno speciale sull’esorcismo. Ricordo come se fosse ieri che, appena mi presentai, mi diede una spinta molto forte allo sterno. Rimasi esterrefatta, ma neanche il tempo di riprendermi dallo shock che mi spiegò come quello fosse il suo modo per capire, a seconda della reazione, la presenza del demonio nelle persone. Ero alle prime armi e meno “indiavolata” di adesso e così non reagii in modo aggressivo, come avrei invece fatto oggi, ma neanche questo impedì che, senza alcun motivo, mi mandasse via in malo modo. Uscii dalla chiesa e un attimo dopo venne a riprendermi per invitarmi sul retro dell’altare. C’era una giovane donna, accompagnata dalla madre, che si disperava per il fatto che suo marito non la desiderasse, sebbene si fossero uniti in matrimonio da pochi mesi. Litri di acqua minerale, portati da mamma e figlia a don Bruno, per quella benedizione che nella loro mente sarebbe servita a liberare la libido dello sposo. Ma di acqua benedetta il ragazzo ne aveva già bevuta abbastanza  e nonostante ciò, a quella donna bruna e dalla bella carnagione non la sfiorava neanche con un dito, anzi non appena lei gli si avvicinava finiva per sentire la nausea. La verità era che semplicemente si era innamorato di un’altra, ma per la moglie e la suocera era più facile accettare che fosse caduto nella trappola di un malefico sortilegio. Don Bruno aveva una parola per tutti, ma per molti sottovoce mi spiegava che si trattava solo di “corna” o problemi da affrontare con il medico. In questi anni, fino al nuovo incontro al Tempio, dall’acqua all’olio fino al sale, di cose don Bruno ne ha benedette molte, ma tra una benedizione e l’altra sono in tanti ad essersi presi anche qualche ceffone. Una donna di Frignano, meno di un anno fa, è andata a confessarsi da lui e si è ritirata a casa con i segni di uno schiaffo. “Chi ci va più?”, ha raccontato al ritorno. Ma come lei, ce ne sono altre che spesso non hanno capito il confine fra lo scherzo (scherzo?)e un atteggiamento violento. Un modo per arrivare all’ anima e capire? Chissà! E pensare che perfino il diavolo, per arrivare all’ anima, ti accarezza!

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CI SONO LE MAMME E POI CI SONO LE MAMME DI CAMORRA

 

Ci sono le mamme e poi ci sono le mamme di camorra. Le une non possono stare accanto alle altre, sono diverse e non per natura ma per scelta. Mettere al mondo un bambino o una bambina vuol dire prima di tutto assicurarsi di fare il possibile per proteggerlo, per farlo vivere in un mondo migliore e certo per evitargli dolori e sofferenze, insegnandogli la dignità, la libertà, l’altruismo e tutti quei valori positivi che ci vengono in mente. Si può allora, chiamare mamma quella donna che insegna alla figlia ad agire con violenza e che si inorgoglisce sottolineando che la figlia capisce il linguaggio criptico di camorra? E che tipo di mamma può essere, una donna che incoraggia i suoi figli ad essere degli assassini? Una donna che dinanzi alla scelta criminale del marito non gira i tacchi e va via, non dovrebbe avere figli. La potestà genitoriale in quei territori come il Casertano ed il Napoletano, nei paesi come Casal di Principe, San Cipriano D’Aversa e Casapesenna dovrebbe essere seriamente rivista.  Lasciare bambini e bambine a donne che tollerano omicidi, estorsioni e che avviano i loro figli verso la stessa carriera dei loro padri, è una colpa dalla quale non siamo esenti.

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