RIFUGIATI POLITICI A CASAL DI PRINCIPE, NEL CENTRO FONDATO DA DON PEPPE DIANA

di Tina Cioffo

Keyriya Amir Mohammed è incinta di due gemelli, due maschi che nasceranno a giugno. La pancia non è molto pronunciata ma forse è solo ben protetta sotto gli abiti africani, colorati, ampi e ben in ordine. Si muove velocemente mentre prende dei fogli e lascia per qualche minuto il tavolo tondo attorno al quale, lei e il marito Ahmed Mohammed Shifa Beyan con l’aiuto di suor Silvana che fa da interprete, stanno raccontando la loro storia. Sono tutti dell’Eritrea anche suor Silvana. Ahmed, Keyriya e la loro figlia di 9 anni, Kadra, sono richiedenti asilo. Sono rifugiati politici arrivati in Italia il 27 febbraio attraverso il corridoio umanitario della Caritas italiana, Comunità di Sant’Egidio e l’Ong Gandhi di Alganesc Fessaha. «Un aiuto umanitario che non prevede solo il “viaggio sicuro”, ma anche un lungo lavoro preparatorio di individuazione delle persone da portare in Italia», spiega Roger Adjicoude a capo dell’area immigrazione Caritas della Diocesi di Aversa. Con le missioni programmate a giugno e in autunno del 2018 giungeranno altri 362 rifugiati, per un totale di 500. Tutto viene anticipato da diversi colloqui con ciascuno dei profughi, la collaborazione con l’Unhcr, con l’ente di protezione dei profughi etiope (Arra), con l’Ambasciata italiana di Addis Abeba per le procedure di identificazione e di visto. «Grazie alla Caritas nazionale, con i corridoi umanitari, scriviamo una nuova pagina di attenzione all’altro. Il nostro compito è promuovere ed educare al bene con buone prassi», commenta Don Carmine Schiavone in qualità di direttore Caritas Diocesana di Aversa. Nella diocesi aversana sono arrivati sette richiedenti asilo. Quattro sono ospitati nella cittadina normanna. La famiglia di Ahmed a Casal di Principe è arrivata da due settimane accolta dalla comunità parrocchiale di don Franco Picone, in quello che un tempo era il centro per immigrati che volle don Giuseppe Diana, il prete casalese ucciso dalla camorra il 19 marzo del 1994. Il benvenuto è sempre segnato da un sorriso, degli occhi prima che con la bocca. «Li stiamo aiutando anche -spiega don Picone- grazie alla collaborazione di alcuni parrocchiani che hanno dimostrato una lodevole capacità di essere solidali». 

ERITREI IN FUGA

Ahmed era militare, lo è stato per due anni prima di decidere come tanti altri di scappare. «Eravamo ridotti in schiavitù, allontanati dalle nostre famiglie e senza nessuna possibilità di contattarli. Ci davano solo il necessario per mantenerci in vita ma il mio pensiero era fermo a casa. Avevo lasciato mia moglie e mia figlia e non mi davo pace», racconta l’uomo. La prima tappa della sua lunga fuga è in Sudan, poi in Etiopia poi ancora in Egitto e di nuovo in Etiopia dove finalmente lo raggiunge sua moglie e la sua bambina. Ahmed nella lunga corsa alla vita ha però avuto un incidente, maltrattato e picchiato. È stato imprigionato e torturato per aver rifiutato di continuare con la leva obbligatoria, e senza data di congedo, nell’esercito eritreo. Porta ancora i segni sul corpo. In Etiopia, Ahmed, Keyriya e la piccola Kadra sono stati in un campo per rifugiati, erano in 6mila e le condizioni nelle quali hanno vissuto si possono solo immaginare.
KADRA, LA BIMBA DI 9 ANNI IN FUGA E ACCOLTA A SCUOLA
Kadra ne ha già passate tante, troppe per una bambina, ma forse ora è arrivato il momento della buona speranza. A Casal di Principe, è stata immediatamente accolta dalla comunità delle Suore  Figlie di Sant’Anna. L’istituto in via Matteotti, a pochi passi dal centro cittadino. Sebbene, la bambina, non parli ancora l’italiano le suore l’hanno iscritta alla classe seconda. La maestra Angela Morza, ogni giorno le insegna qualche lettera, una sillaba, i numeri e i saluti. Ogni giorno è per lei una conquista. Una scuola cattolica anche se lei, come tutta la sua famiglia, è di fede musulmana. «Qualche settimana fa la dirigente dell’istituto -spiega la maestra Angela Morza- mi avvisò che sarebbe arrivata una nuova bambina. Naturalmente, dopo avermi spiegato la dura realtà dalla quale proveniva, iniziai a parlarne in classe, dapprima come racconto e poi come testo narrativo sulla multiculturalità. L’intera classe l’ha accolta con gioia e curiosità e credo che questo stia aiutando tutti». I suoi compagni di classe, la stanno prendendo per mano, la maestra Angela ha compreso la necessità di renderla subito autonoma, almeno dal punto di vista comunicativo e le suore dell’Istituto Sant’Anna danno prova di un’accoglienza che non ha alcun tipo di steccato. «Kadra, inizialmente era impaurita, ma con gli occhi pieni di speranza e la voglia di imparare in fretta una lingua per lei ancora sconosciuta, in poche settimane ha fatto passi da gigante. Ogni mattina arriva a scuola sorridente e desiderosa di mostrare il lavoro svolto a casa ed io non posso fare altro che congratularmi con lei per i risultati che è riuscita a raggiungere in così poco tempo», assicura la docente che insieme agli altri bambini sta facendo di tutto per cancellare dal volto della bambina quel velo di tristezza che in alcuni momenti, ancora si riesce a cogliere con nitidezza. Un cammino tutto in salita per chi si è lasciata alle spalle tensioni e terrore e non sa ancora se può stare tranquilla.

UN ANNO DI TEMPO Keyriya e Ahmed hanno un quadernone sul quale si sono appuntati l’alfabeto, i suoni e alcune parole per una immediata comprensione. Keyriya apprende velocemente, ha l’occhio vispo e segue, come solo le donne sanno fare, ogni cosa mentre sembra distratta in altro. Mentre è in cucina per preparare caffè e thè, accompagnati da biscottini e qualche cereale che segna l’amabile ospitalità, Ahmed continua a sciorinare i suoi ricordi. «Il passato è ancora vivo, ma non è più quello che mi fa paura. Sono spaventato dal futuro. Ora siamo qui ed è stata una sorpresa trovare tanta accoglienza ma ho bisogno di dare alla mia famiglia una sicurezza, anche minima», confessa. Il suo primo pensiero va alla necessità di un impiego. «Il lavoro non si sceglie, quello che mi proporranno lo farò dedicandomi con serietà», dice Ahmed che in Eritrea viveva in campagna e quindi conosce i tempi della cultura contadina. Il progetto che li sostiene, a costo zero per lo Stato Italiano e tutto a carico della Caritas, dura un anno. L’autonomia in 12 mesi deve essere raggiunta anche se l’inserimento nel nostro Paese sarà monitorato per cinque anni.

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